Canova: "Venere e Adone"

“Da quel che sappiamo risulta con certezza che la psiche originaria non possiede ancora coscienza alcuna di sè. La coscienza di sè si è andata formando nel corso di uno sviluppo che appartiene parzialmente all’epoca storica. Anzi è probabile, considerate le notevoli che la coscienza ha di differenziarsi notevolmente, che oggi questa si trovi ancora su di un gradino relativamente basso. Comunque sia, sembra che, grazie al suo grande sviluppo e alla conseguente autonomia, essa abbia dimenticato la sua dipendenza dalla psiche inconscia. Di questa liberazione essa mena gran vanto”  (Jung, 1942-1954).

I neuroscienziati concordano nell’affermare che la coscienza è un fenomeno cerebrale circoscritto in un piccolissimo numero di neuroni e che la maggior parte delle attività corporee sono inconscie. E’ difficile dare una definizione esauriente di coscienza. Partendo dalla differenza tra percezione e sensazione, Humphrey (1998) spiega la coscienza in questi termini: “Essere coscienti significa essenzialmente provare sensazioni: avere rappresentazioni mentali, affettivamente cariche di di cosa succede a me, qui e ora”.

Siamo stati addestrati fin da piccoli a prestare attenzione ai pericoli e alle cose che ci circondano e impariamo precocemente a sviluppare una specifica  coscienza dis-giuntiva assegnando a ogni cosa il suo nome, il suo significato, la sua causa, la sua ragione e il suo perchè. Dobbiamo cercare di comprendere il mondo esterno per sopravvivere, adattarci e relazionarci con la realtà  e in questo senso la coscienza viene definita dalla neuroscienza come funzione in grado di filtrare l’azione finalizzata al successo dell’Io nell’ambiente.  Tuttavia, nonostante “il grande sviluppo e alla conseguente autonomia”  della sua coscienza, l’individuo permane a un livello di consapevolezza di sè che, per quanto funzionale agli scopi, perfettamente educato alle finalità di gruppo ed efficiente nel modellare le decisioni e le scelte, “sembra abbia dimenticato la sua dipendenza dalla psiche inconscia.”

La trama di “Adone e il cinghiale bianco” descrive gli effetti ineluttabili, disastrosi e spesso mortali provocati da tale dimenticanza. Accade prima o poi, che l’irruzione di un evento o di una reazione di natura psichica, destabilizzi l’ordine in cui la coscienza razionale si era abituata a modulare le proprie risposte in rapporto alle esigenze esterne.

Il rappporto che la percezione (Venere) instaura con l’azione impulsiva (Marte) induce un intervallo di tempo indispensabile per provare non solo quelle sensazioni che sono all’origine della “consapevolezza interna” (Marte/Venere), ma anche quel tipo di sensazioni che sono prerogativa di una primaria consapevolezza esterna (Adone/Venere) che si dimostra spesso chiaroveggente. Quando le due funzioni di Venere sono dis-giunte, l’individuo  sviluppa una consapevolezza estetica privo di consapevolezza di sè  (Adone) per cui, per quando possa apparire “educato”,  è incapace di contenere le passioni dell’Io. Una parte di sè rimane inascoltata, inespressa e spesso negata ed è inevitabile il suo doppio (Marte) sia “geloso” al punto da provocare una “compensazione inconscia” (il cinghiale bianco) che altera improvvisamente gli schemi di comportamento, modifica le risposte alle sollecitazioni psichiche e provoca la “morte” delle certezze, la fine delle illusioni, delle convinzioni personali e della presunzione di razionalizzare le relazioni umane, fondate invece su “regole di gioco” che vengono sempre eluse, disattese, falsate e trasferite sul piano simbolico da una forza di compensazione a cui è impossibile opporsi. A questa forza irrazionale e imprevedibile la ragione scientista ha dato il nome di inconscio, ma per gli antichi era sinonimo di  fato, destino, vocazione, carattere, daimon, fondo dell’anima e “follia divina”, a seconda delle situazioni in cui contrastava l’azione.

Niente può opporsi al potere perturbante dell’inconscio, la cui forza di compensazione origina dell’Equilibrio Universale che gli orientali hanno ben delineato con i concetti di Karma (obbligo che trascende la volontà umana) e Dharma (vocazione che trascende la limitatezza umana). Occorre quindi orientare la coscienza a ‘dialogare’ con la percezione psichica, sensoriale, intuitiva di Venere in grado di avvertire Adone di astenersi dalla “caccia” per non cadere vittima della violenza inconscia con cui la “Legge di equilibrio” dispiega il suo potere di opposizione.

La vicenda mitologica fa emergere il ruolo svolto dalla percezione nel mitigare, contenere e a volte inibire le passioni dell’Io. L’equilibrio biopsicosomatico (terrestre) e l’equilibrio universale (celeste) coincidono con “l’Amore di Venere” che, nella visione terrena del simbolo, equivale alle raccomandazioni della madre, ai consigli del partner e ai suggerimenti dei consulenti.

All’interno, invece, di una visione psicologica, Venere diventa la “funzione trascendente” in grado di integrare la coscienza razionale all’interno di un “cerchio più grande”, metafora utilizzata da Jung per descrivere un aumento di personalità che emana dalla conoscenza dell’inconscio, i cui confini non possono essere limitati, ma solo avvertiti e ampliati dalla percezione dell’individuo che trae ispirazione dall’universo simbolico generato dalla consapevolezza delle sensazioni, dalle emozioni e dai sentimenti dell’anima.

“Per conseguenza, non può essere delimitato neanche l’ambito della personalità che si va gradatamente sviluppando. Ho chiamato questo processo  di attuazione: “processo di individuazione”. (Jung, 1942 – 1948)