Canova: "Venere e Marte"

“Due impulsi contrari che tendono in direzioni opposte, sono qui costretti, a per così dire, a procedere sotto un solo giogo. L’impulso che vuole la conoscenza è costretto senza posa ad abbandonare il terreno su cui vive l’uomo ed ad avventurarsi nell’incertezza, mentre l’impulso che vuole la vita si vede costretto a cercare senza posa, a tentoni, un nuovo luogo abbastanza sicuro in cui stabilirsi. Quella lotta tra il vivere e il conoscere diventa tanto più violenta quanto più possenti sono i due impulsi, cioè quanto più piena e fiorente è la vita, e quanto più insaziabile, d’altro canto è il conoscere, che si spinge con più forte desiderio verso tutte le avventure.” (Nietzsche , Frammenti postumi)

Il culto di Venere, diffuso in tutte le civiltà indoeuropee e mesoamericane,  ha origine dall’osservazione astronomica del pianeta che si accompagna al sole senza mai allontanarsi da esso, a volte precedendo l’astro al sorgere del giorno (Venere del mattino), oppure rimanendo ben visibile nel cielo dopo il suo tramonto (Venere della sera).

I Maya realizzarono un osservatorio per studiare il movimento celeste del pianeta e codificarono un calendario in cui era possibile ravvisare i periodi dell’anno in cui Venere antecedeva o seguiva il sorgere del sole.

Da sempre associata alla buona sorte, alla fortuna, al benessere e all’espansione della ricchezza e quindi della pace, dell’armonia e dell’amore, Venere veniva considerata una Dea,  una “funzione trascendente” che “divampa” nel cuore nel momento in cui l’impulso di vivere, il bisogno di sicurezza e il desiderio di amore (Marte con la corazza),  in equilibrio con l’impulso di conoscenza (Marte nudo con la lancia), convivono sotto lo stesso  “giogo” per rendere “più piena e godibile la vita”.

Il culto greco presenta una chiara distinzione tra le “due forze possenti” che si spingono fino ai limiti delle potenzialità corporee: da una parte “Marte  Sagittario”, simbolo dell’impulso di  spingersi con coraggio oltre i confini del sapere corporeo espandendo le facoltà della percezione e dell’intuizione; dall’altra “Marte Ariete”, simbolo dell’impulso a difendere la patria, la famiglia, la sicurezza e l’equilibrio biopsicosomatico con ogni tipo di azione e compensazione estetica ed edonistica.

In entrambi i casi l’impulso di Marte si congiunge con Venere per generare un perfetto equilibrio di intenzioni, sentimenti e valori che sono il fondamento dell’amore di coppia, della famiglia (Venere Hestia) e della cultura artistica (Venere Sosandra)

Venere Hestia, consacrata al “sacro fuoco” dell’equilibrio e della stabilità che ispirano giustizia, coscienza morale e conoscenza spirituale, e Venere Sosandra, priva di un proprio specifico tempio perchè orientata alla ricerca della felicità terrena e di ciò che può suscitare il  “fuoco profano” delle passioni creative, rappresentano le due forme sociali di Afrodite.

Tale congiunzione  è  simbolicamente all’origine di un ordine cosmico che dona equilibrio tra “Materia e Spirito “ e  infonde “amore, armonia e bellezza” nella materia creativa (l’Arte di Afrodite) e  “conoscenza, saggezza e perfezione” nello spirito creativo (l’Arte di Apollo).

“Per gli antichi greci la bellezza non era, come per noi, una categoria estetica, ma un’espressione geometrica. Essa risultava dall’ordine che tiene insieme cielo e terra, uomini e dei, perciò il cosmo è bello, e bella è l’anima  (psychè) che sa cogliere l’armonia del cosmo, la giusta proporzione in cui si mescolano il limite e l’illimitato” (U. Galimberti, 1984)

Tale culto si trasferisce nella simbologia cristiana che assimilò il ciclo Sole/Venere alla figura dell’Immacolata concezione. Nei rosari mariani, la Vergine è  invocata come “Maria mediatrice” tra l’uomo e il cielo,  “Madre misericordiosa” per il suo potere di sanare i conflitti, “Stella del mattino” che guida il viandante sul sentiero della salvezza e della redenzione, e “Gratia plena” quando, congiunta al sole,  viene fecondata dalla luce di Dio (lo Spirito Santo).

All’uomo “terrestre”  è dunque concessa, per volontà divina, la facoltà di utilizzare entrambe le modalità percettive “celesti”, purchè abbia la saggezza di riconoscere il momento in cui la “stella del mattino”, esaurito il suo “compito” di esplorare il campo delle “possibilità” creative finalizzate alla produzione di beni e oggetti, si volge verso l’inerno per indagare la dimensione inconscia, il fondo psichico, da cui ha origine il desiderio di conoscere il significato dei sentimenti e delle esperienze, della vocazione e del destino, delle prove e delle sofferenze.

L’introversione della percezione è all’origine di ogni riflessione e ispirazione da cui hanno origine l’opera filosofica e artistica.  Platone lo descrive efficacemente quando descrive Socrate in procinto di recarsi con Aristodemo al convito di Agatone. Socrate, sentendosi dominare da una strana forza, andava per strada restando via via indietro….tutto rivolto a se stesso, finchè, completamente afferrato da una strana condizione che tutto lo pervade, si toglie dal trambusto di una via per ritirarsi nel vestibolo della casa vicina dove se ne sta in piedi immobile.

Il fenomeno, definito “atopia” (dis- locazione) da Platone, segna il momento in cui la percezione inizia a ritirarsi per contemplare le emozioni suscitate dall’irrompere del demone dell’amore. L’amore infatti porta “fuori dai luoghi” dove solitamente si svolge la vita, crea uno stato di sospensione in cui spazio e tempo perdono senso e durata, chiamato da Benjamin “unheimliche” (spaesamento), e genera quel “turbamento” che conduce l’amante, l’artista e il mistico al cospetto del “perturbante, l’Inconscio.

La contemplazione delle emozioni si traduce in desiderio di esplorare le cause che hanno determinato l’insorgere del disagio psichico, dell’instabilità emotiva e della “strana condizione” di atopia interiore.

E’ in questa condizione d’animo che diventa attiva la funzione dell’introversione (Saturno) e dell’introspezione (Venere) rappresentata nella mitologia dall’archetipo di Vulcano, il dio della folgore e dei metalli, arteficie della purificazione dell’impulso aggressivo e della trasmutazione della pulsione  in consapevolezza psichica, sensoriale e intuitiva, metafora della capacità cerebrale di integrare gli elementi incosci all’interno di una coscienza più ampia e comprensiva del Tutto.

Nella logica del mito, Venere diventa sposa di Vulcano ma il matrimonio sarà burrascoso e di breve durata, a rimarcare il carattere temporaneo dell’introversione, sufficiente comunque per creare quella “rete” di significati simbolici in grado di cogliere, per immagini, il senso delle cose che testimoniano l’eterna e irriducibile attrazione degli opposti (Venere tradisce Vulcano con Marte e finisce nella sua rete)