Tiziano: "Amor sacro e profano"

l movimento prima espansivo e poi introspettivo regolato dalla percezione uranica era ritenuto nel Rinascimento il fondamento della felicità terrena, emotiva e infine spirituale. L’amore terreno (profano) e l’amore spirituale (sacro), in cui riconosciamo l’impulso a conoscere l’altro e di diventare noi stessi (individuazione), sgorgano da una stessa fonte inconscia e “agiscono” sull’organo del cuore (il sole) tramite frequenze che la mente (il putto) registra come emozione, atopia, turbamento e follia irrazionale.

L’impulso di equilibrio inscritto e codificato nella “propriocezione” dispone all’apertura del cuore, ritenuta dai greci e da Tiziano l’unica cura perchè l’individuo abbia come ospite un demone ben ordinato e divenga eu-demonico, cioè felice, giocoso e curioso di  “immergere” le mani nell’inconscio individuale e collettivo.  La vocazione di Venere Luciferina (assimilazione inconscia della luce) è di costringere l’uomo a prendersi cura della sua parte divina, poichè i dèmoni hanno il potere di congiungere gli opposti, di rendere consapevole ciò che è psichico, di risolvere la parte irrazionale e di dissolvere l’Ombra (il regno di Ade) che permetterà a Venere Proserpina (l’integrazione conscia di Persefone) di comunicare con la bellezza, l’ordine e l’armonia del creato (Madre Natura, Demetra) almeno sei mesi all’anno.

Nella dimensione corporea dell’esperienza la funzione venusiana si estrinseca nella cura di sè, del corpo e della sua bellezza estetica. In questo modo ci si prende cura del divino che potrebbe ancora accadere, poichè l’eros, l’amore e l’attrazione inconscia degli opposti è pur sempre negli occhi di guarda, desidera e contempla nell’altro l’enigma, il simbolo o l’archetipo in grado di accendere la fiamma della passione in cui ‘amore e conoscenza’ coincidono nella “follia sessuale”.

Lo stesso fenomeno accade agli artisti sensibili alle emozioni del cuore, ai turbamenti dell’anima e alle sollecitazioni provenienti dal sistema della percezione. L’individuo si prende cura di sè, e si arricchisce di nuove intuizioni (i petali dei fiori), nel momento scende nelle profondità della psiche (enterocezione) per poi risalire in superficie e descriver-si nelle immagini che gli permettono di “dirsi” e di “esprimersi” in rapporto agli stimoli psichici, sensoriali e simbolici assimilati, assorbiti, e più spesso istigati, dal mondo esterno (esterocezione)

La creatività dell’anima, sintesi di percezione, coscienza e conoscenza di sè e del mondo esterno, non si riduce a una semplice “generazione” più o meno consapevole di immagini, quanto nel suo prodursi come significato a venire.

Queste immagini non vanno decifrate, analizzate e  interpretate alla ricerca di un significato latente o nascosto, da rintracciare come “frammento” o “scheggia” di una scuola o di una tendenza stilistica. In esse l’anima non si nasconde ma si esprime e narra di sè, del suo percorso evolutivo, dei suoi progressi e fallimenti, delle sue scoperte e delle sue paure, angoscie e disagi.

L’artista dispiega una trama di immagini e relazioni simboliche in cui descrive “esposizioni incomplete” del processo di individuazione, “stratificazione” spesso incoerente e incomprensibile di contenuti consci e inscosci.

La difficoltà di comprensione è implicita nei limiti del mezzo espressivo, per cui l’ immagine diventa, come nei sogni,  frammento che rimanda a un discorso più complesso e articolato.

La coscienza razionale (in esilio) asseconda, senza comprenderlo, il bisogno dell’anima di ritrovare i significati perduti dell’esistenza, al di là e al di fuori di ogni riferimento ideologico, filosofico o religioso. In questa sua inattualità  “il messaggio dell’anima creativa non è mai totalità compiuta, ma apertura che come tale, non si lascia racchiudere in alcuna categoria, nè descrivere da  alcuna concettualità.” (U. Galimberti)

Per questo  suo potere intrinseco di “saldare” gli opposti, di congiungere le facoltà tecniche, logiche e compositive dell’emisfero sinistro con le qualità estetiche, creative e translogiche dell’emisfero destro, la “funzione trascendente” realizza un ponte di collegamento tra l’io razionale e la dimensione inconscia dell’esperienza, sia essa esistenziale o creativa.