PERCEZIONE: FAVOLE E NEUROSCIENZA
Esiste un legame di significati archetipici tra le vicende mitologiche, le narrazione delle favole e il funzionamento del cervello attivato dalla percezione dell’immagine. La neuroscienza concorda nell’affermare che l’immagine viene recepita fisiologicamente dalla retina e successivamente elaborata dal cervello medio (mesencefalo) in modalità inconscia , e solo in un secondo tempo, quando il cervelletto (il proencefalo) viene attivato dall’adrenalina attivata dalle ghiandole della testa regolate dalla pituitaria, l’informazione viene veicolata verso i due emisferi superiori (il diancefalo) per essere decodificata, per cui la percezione dell’immagine diventa una esperienza conscia di ciò che succede intorno intorno a me, qui e ora.
Ciò significa che le ghiandole del cervello svolgono una funzione fondamentale nel mantenere l’equilibrio biopsicosomatico alterato dalla profluvio di immagini che provengono dalla realtà esterna. Alcune immagini vengono inibite, censurate e collocate in un fondo della memoria che genericamente Jung ha definito inconscio personale, mentre altre vengono assimilate dalla parte razionale e cosciente del cervello al fine di soddisfare le condizione di sopravvivenza e garantire l’adattamento alle circostanze esterne. I processo di selezione delle frequenze più idonee avviene tramite la ghiandola pituitaria (ipofisi) che secerne ormoni in grado di stimolare e inibire la produzione di adrenalina, causa di tutte quelle forme di reazioni istintive geneticamente acquistite attraverso gli istinti. Inoltre influisce sul pancreas e quindi sul sistema simpatico e parasimpatico producendo stati di ansia o di rilassamento, di eccitazione, iperattivismo e tensione nervosa, oppure di sonnolenza, apatia, pigrizia.
Da questo semplice schema, definito dalla triangolazione ipofisi-surrene-pancreas emerge lo stato di attenzione di ogni individuo da cui nasce la sensazione di consapevolezza attiva di ciò che si percepisce attimo dopo attimo per cui diventa possibile evolvere nelle più evolute facoltà di decodificare il significato delle immagini, e degli eventi, nel momento stesso in cui il segnale viene assorbito dalla ghiandola pituitaria, chiamata dai filosofi dello yoga tantrico: la ghiandola del “comando”.
La percezione è un fenomeno complesso. Lo studio della luce inaugurato dagli alchimisti medioevali sfocia durante il Rinascimento nell’esaltazione dell’archetipo di Afrodite in quanto simbolo di una funzione in grado di modellare le pulsioni, contenere gli istinti e inibire la libido di possedere gli oggetti del desiderio. Se si analizzano le storie mitologiche e le varianti favolistiche di Afrodite in quanto simbolizzazione di un istinto mentale (archetipo) diventa plausibile riconoscere in ogni trama stadi diversi di trasmutazione della percezione in coscienza di sè (anima) e coscienza di relazione (Animus) .
Ad esempio, uno dei topòs più famosi del Rinascimento è rappresentato dalla vicenda di Psiche raccontata da Apuleio. La favola che il poeta latino rielabora da un canovaccio greco più antico può essere interpretata come la descrizione del fenomeno di circuitazione psichica-mentale che avviene in ogni neurone, per cui il bit di informazione può essere inoltrato alla corteccia cerebrale per essere elaborato dalle varie aree specializzate del diancefalo, oppure può essere interrotto, censurato e rimosso per essere collocato nell’ inconscio.
Quando uno stimolo esterno proviente dal sistema percettivo (regno di Afrodite) giunge nell’amigdala, la ghiandola specializzata nel trattare solo determinate frequenze poste nella fascia degli infrarossi, come ad esempio le immagini cariche di eros ma anche quelle censurate da tabù e autoinibizioni, l’informazione infrarossa (l’emozione) può essere inviata nella corteccia cerebrale per essere sotto posta a un processo di razionalizzazione (la principessa Psiche è promessa sposa di un vecchio Re che vive sulla sommità di una montagna), oppure può essere rimossa e collocata nell’inconscio onirico che si manifesta durante la fase di sonno (Eros diventa l’amante notturno di Psiche, ma le impedirà di conoscere il suo volto). Il fenomeno della razionalizzazione, inibizione della risposta e trasferimento dell’emozione sul piano inconscio conduce inevitabilmente alla “castità”, alla rinuncia ad affrontare non solo le esperienze dell’eros, ma anche la comprensione dei complessi personali e dei limiti trasmessi dall’educazione famigliare e religiosa che impediscono l’espansione della percezione sensoriale nelle funzioni mentali intuitive e trascendenti.
In assenza di freni inibitori subentrano invece “concupiscenza e curiosità”, le due sorelle (ipofisi e pineale) che spingono l’emozione suscitata dalla percezione ad attivare i circuiti psichici in grado di risvegliare l’energia sessuale (la cera della candela accesa cade sul petto di Eros), per cui i contenuti dell’emozione inconscia, fondamentale fonte di ispirazione per i poeti, gli artisti e filosofi dell’alchimia, si dilegua nella notte lasciando la principessa Psiche solitaria e affranta.
Lorenzo Lotto riprende il discorso “favolistico” realizzando nel “Trionfo della castità” una interpretazione psicologica del fenomeno attivato dalle due ghiandole del cervello. L’emozione del cuore non viene razionalizzata ma il carburante dell’amore, la massima espressione fisica del desiderio di conoscere ciò che è ignoto.

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