Il concetto moderno di pulsione è stato introdotto da Freud, ma esiste già nella trattatistica medioevale attraverso le immagini del diavolo (pulsione psichica), del demonio (pulsione creativa) e di satana (pulsione di conoscere e possedere il mondo).
Gli alchimisti medioevali e rinascimentali chiamarono tale disposizione dell’anima con il nome di “zolfo” a rimarcare il carattere infernale della natura umana quando cade vittima degli effetti della pulsione, specie quando questa si accompagna a meccanismi di razionalizzazione che la orientano verso scopi specifici.
Ecco allora che la pulsione, elemento di per sè innocuo ed espressione naturale collegato all’insorgere di un bisogno o di una necessità vitale, evolve e si trasforma in “desiderio di possesso”, “sete di potere” e “brama di ricchezza”, i tre ingredienti che, introdotti nella “lampada di Aladino”, generano il “mago”, simbolo rinascimentale della “libido” che tutto ottiene, dispone e realizza tramite i poteri della suggestione psichica, della manipolazione verbale e modificazione delle apparenze.
Sono note le prove e le tentazioni a cui viene sottoposto Gesù durante il suo ritiro nel deserto, metafora di un luogo dove è possibile inibire, contenere e trasformare la pulsione psichica corporea (la bile) in consapevolezza critica (animus mercurius), comprensione razionale (spiritus mercurius) e conoscenza intuitiva (intellectus mercurius) della natura umana. Siamo nella fase più evoluta dello sviluppo dell’intelletto razionale per cui è facile cadere nella tentazione di orientare la libido verso la realizzazione di vantaggi materiali, economici e sociali che fuorviano dalla ricerca della verità.
Vincere la tentazione di veicolare la pulsione verso gli obiettivi prefigurati dalla libido richiede una serie di operazioni descritte nei trattati alchemici. Ciò che deve essere ridotto ai minimi termini non è lo zolfo, la pulsione naturale, ma l’Azoth, la libido che si forma nel processo di trasformazione dell’energia sessuale (il seme) e che alimenta desiderio, sete e brama di potere.
Gli alchimisti, non meno dei francescani che per primi elaborano un percorso di “ammaestramentro” della libido (il lupo), affermano che non occorre avere fretta, che non si deve mortificare la carne, ma procedere attraverso otto operazioni di “calcinazione, dissoluzione, purificazione e coagulazione” della libido in amor di sè (amor sui) e putrefazione, inceratura, moltiplicazione e infine proiezione dell’amor di sè in un diverso “senso di Sè”, non più soggiogato dalla libido, ma orientato ad esprimere l’”amor di Dio”.
L’individuo che opera il contenimento della pulsione e procastinazione nel tempo della sua soddisfazione innesca quel processo biochimico che è il fondamento fisiologico della trasmutazione della mente. Se viene impedito alla pulsione psichica di evolvere nella “libido appetitiva, appagativa e affermativa”, le tre fiere che Dante incontra nella selva oscura, diventa possibile tramutare la mente istintiva (l’Inferno), in mente creativa (il Purgatorio) e infine cognitiva (il Paradiso).
Il protagonista della trasmutazione non è l’Io, costretto suo malgrado ad assistere a fenomeni inibizione, frustazione e annullamento dei desideri provocati dal “ciclo di Saturno”, ma l’anima intuitiva (la Vergine) che si raccoglie in meditazione e attua le sei modalità della percezione: autoavvertimento, propriocezione, introspezione, riflessione, assorbimento nella luce e contemplazione.
Botticelli dipinge la Presentazione al Tempio di Maria come il primo atto di separazione della pulsione psichica dall’energia sessuale. Alle sue spalle, prima di accedere alla scalinata, l’artista dipinge Afrodite illuminata, emblema delle sei modalità della percezione che emergono dal contenimento dell’azione.
